venerdì 15 gennaio 2016

Eroe cubano Gerardo Hernandez ringrazia per solidarietà spagnola/Héroe cubano Gerardo Hernández agradece solidaridad española




14 gen (Prensa Latina) L'Eroe della Repubblica di Cuba, Gerardo Hernandez, ha ringraziato il popolo spagnolo per la sua solidarietà, che durante la lunga reclusione sofferta negli Stati Uniti insieme ai quattro compatrioti non ha mai smesso di lottare.  
  
“Vengo a ringraziare spagnole e spagnoli, che contribuirono allo sforzo internazionale con tante iniziative per la mia liberazione e quella dei miei quattro fratelli”,  ha dichiarato  al suo arrivo questo giovedì alle Isole Canarie.  
  
Il lottatore antiterrorista è stato ricevuto nell'aeroporto di questo arcipelago da Ines Miranda, consigliera del Consiglio comunale di Gran Canaria, e dall'ambasciatore cubano in Spagna, Eugenio Martinez.  
  
Hernandez ha elogiato i rappresentanti della solidarietà che credettero sempre nella causa dei Cinque ed appoggiarono ed appoggiano il popolo cubano nel suo coraggio permanente nella lotta per restare indipendente, eliminare il bloqueo statunitense ed adottare la sua propria forma di sviluppo.  
  
Durante il suo soggiorno a Las Palmas, Hernandez si riunirà col presidente del Consiglio comunale Insulare di Gran Canaria e con un gruppo di sindaci membri della Federazione dei Municipi delle Canarie, istituzione che nel 2011 sottoscrisse due risoluzioni a beneficio della libertà degli antiterroristi.   
  
La madre di Gerardo, Carmen Nordelo Tejera, morta nel novembre del 2009, nacque il 15 febbraio 1934 nelle Isole Canarie ed all'età di 16 anni emigrò a L'Avana.  
  
Dopo la sua visita al territorio insulare, l'Eroe della Repubblica di Cuba si trasferirà a Madrid, dove sarà ricevuto dal segretario generale del Partito Comunista della Spagna, Josè Luis Centella, e membri della coalizione Izquierda Unida.  
  
Ig/edu     




testo integrale :

Héroe cubano Gerardo Hernández agradece solidaridad española

Madrid, 14 ene (PL) El Héroe de la República de Cuba Gerardo Hernández agradeció hoy la solidaridad del pueblo español durante el largo encierro que padeció en Estados Unidos junto a cuatro compatriotas por luchar contra el terrorismo. (PLRadio)
Vengo a retribuir a españolas y españoles que con tantas iniciativas contribuyeron al esfuerzo internacional por mi liberación y la de mis cuatro hermanos, declaró a su llegada este jueves a las Islas Canarias.

El luchador antiterrorista fue recibido en el aeropuerto de ese archipiélago por Inés Miranda, consejera del Cabildo de Gran Canaria, y por el embajador cubano en España, Eugenio Martínez.

En la terminal aérea dieron también la bienvenida al visitante Lola González, presidenta de la Plataforma Canaria de Solidaridad con los Pueblos, Ulises Barquín, cónsul general de La Habana en esa comunidad autónoma, entre otros amigos de la isla caribeña.

Hernández reconoció, además, a quienes acogieron y estimularon a los familiares de Los Cinco, como fueron conocidos él, René González, Ramón Labañino, Antonio Guerrero y Fernando González en la cruzada mundial por su excarcelación.

Elogió a los representantes de la solidaridad que siempre creyeron en la causa de Los Cinco y a aquellos que apoyaron y apoyan al pueblo cubano en su permanente porfía por ser independiente, eliminar el bloqueo estadounidense y adoptar su propia forma de desarrollo.

Durante su estancia en Las Palmas, Hernández se reunirá con el presidente del Cabildo Insular de Gran Canaria y con un grupo de alcaldes miembros de la Federación Canaria de Municipios, institución que en 2011 suscribió dos resoluciones a favor de la libertad de los antiterroristas.

Tiene previsto también encuentros con destacados juristas, personalidades y representantes de organizaciones sociales, sindicales y políticas.

La madre de Gerardo, Carmen Nordelo Tejera, fallecida en noviembre de 2009, nació el 15 de febrero de 1934 en las Islas Canarias y a la edad de 16 años emigró a La Habana.

Tras su visita al territorio autonómico, el Héroe de la República de Cuba se trasladará a esta capital, donde será recibido por el secretario general del Partido Comunista de España, José Luis Centella, y miembros de la coalición Izquierda Unida.

En Madrid conversará con diputados de diversos partidos y de la Eurocámara, con representantes de asociaciones de solidaridad con la isla y de otros sectores de la sociedad para retribuir las múltiples muestras de apoyo que contribuyeron a la liberación de Los Cinco.

Los antiterroristas fueron arrestados en Miami en 1998 por monitorear la actividad de grupos extremistas con un enorme historial de acciones beligerantes contra la mayor de las Antillas.

Tres años después recibieron duros castigos en un amañado juicio lleno de irregularidades, según reconocieron prestigiosos juristas internacionales.

Fernando y René salieron de su cautiverio tras cumplir sus condenas, mientras que Labañino, Guerrero y Hernández lo hicieron en diciembre de 2014 gracias a un acuerdo entre las autoridades de La Habana y Washington.

ro/edu

martedì 12 gennaio 2016

Granma : Il Pentagono lavora a un piano per chiudere il carcere di Guantánamo

Alla fine de 2015 la Casa Bianca ha respinto un progetto, considerandolo troppo costoso.



Il presidente degli USA, Barack Obama, ribadisce il suo impegno di chiudere il carcere della Base Navale di Guantánamo (a Cuba) prima di abbandonare il potere nel gennaio del 2017, ha assicurato il suo capo di gabinetto, Denis McDonough.
"Lui lo sente come un obbligo con il suo successore, lo vuole chiudere e lo faremo, certo che sì!” ha detto McDonough in un’intervista con la catena di televisione Fox News.
Il capo di gabinetto di Obama non ha però precisato se il presidente potrà utilizzare misure esecutive o decreti con il fine di chiudere la prigione per i sospettati di terrorismo, nel caso che il Congresso non cooperi al suo piano.
“Il presidente ha detto che presenterà il suo piano al Congresso e lavorerà con il Congresso e poi giungeranno ad alcuna determinazione finale”, si è limitato ad indicare McDonough.
Quando giunse al potere nel 2009, Obama promise di chiudere la prigione di Guantánamo in un anno e da allora ha segnalato i veti posti dal Congresso per il trasferimento dei prigionieri, come il principale ostacolo che ha impedito di compiere la sua promessa.
Il Governo di Obama ha fatto dei passi avanti nel trasferimento dei prigionieri a terzi paesi e nella prigione ora restano 105 prigionieri di quegli 800 che erano rinchiusi dieci anni fa, in maggioranza senza accuse di sorta.
La Casa Bianca prevede di lasciare la popolazione carceraria al di sotto del centinaio di reclusi per la fine di gennaio, per accelerare la liberazione di coloro che, si suppone, non sono una minaccia, e considera opzioni carcerarie per quelli che sono considerati pericolosi o sono in attesa di giudizio in commissioni militari.
Il Pentagono lavora da più di sei mesi a un piano per chiudere il carcere nell’Isola di Cuba e alla fine del 2015 la Casa Bianca ha respinto un progetto considerandolo troppo costoso.

La chiusura di Guantánamo è ostacolata anche dal timore dei legislatori e degli esperti che coloro che sono stati reclusi lì dentro a Guantánamo dove si interrogava usando la tortura e creando un sistema al di fuori delle garanzie legali statunitensi, si uniscano a gruppi radicali islamici all’uscita dalla prigione. (Traduzione GM - Granma Int.)



lunedì 11 gennaio 2016

Le lacrime di Obama



Non so come, quando e perché il giornalista David Brooks ha cominciato a cambiare idea sul suo presidente, ma so che per me Obama è l’esempio di una grande occasione mancata essendo stato il primo afrodiscendente assurto alla presidenza degli Stati Uniti. La sua responsabilità era grande e gli è stato attribuito immediatamente (per incoraggiarlo?) il Premio Nobel per la Pace. Doppia responsabilità. Il risultato è stato uno degli esempi di ipocrisia e falsità più scandalosi che io conosca. Brooks ricorda quello che mi pare il crimine più scandaloso –la sua autorizzazione all’uso dei droni contro individui accusati di terrorismo- insieme ad altri. Io aggiungerei anche la sua incapacità/impossibilità di chiudere la prigione illegale nonché centro di tortura nell’illegale base di Guantánamo la cui restituzione alla Repubblica di Cuba,, a quanto sostiene lo stesso Obama, non può far parte dei negoziati in corso fra quei due paesi. Perché?


L’immagine della settimana (beh, fino a che è stata superata da quella di Sean Penn e di El Chapo) è stata quella delle lacrime di Obama.
Il presidente, famoso per mantenere sotto controllo le sue emozioni, ha presentato una serie di misure esecutive minime per affrontare quella che alcuni considerano una epidemia di violenza con armi da fuoco –in questo settore, è il paese progredito più sanguinario del mondo con più di 30.000 morti all’anno. Rispetto all’assoluta impossibilità di promuovere riforme alle leggi sempre più permissive sull’acquisto e l’uso personale di armi da fuoco –cosa che in molti considerano un sacro diritto protetto dalla Costituzione-, a causa della ferrea opposizione del Congresso, Obama ha cercato di fare qualcosa tipo imporre un po’ più di controllo.
Affrontando il tema degli incessanti episodi di violenza, soprattutto i pluriomicidi con armi da fuoco in molti casi acquistate legalmente, si è riferito, fra altri avvenimenti sanguinosi, a quanto avvenuto in una scuola elementare del Connecticut nel 2012, quando un giovane armato uccise 20 bambini e 6 adulti. All’improvviso ha interrotto il suo discorso, gli ha tremato la voce e si è sciolto in lacrime. Nella scena teletrasmessa in quel momento si sente il rumore di decine di macchine fotografiche mentre scattano migliaia di foto. La nota diceva: Obama ha pianto.
Si sono subito scatenate reazioni di vario tipo. Commenti conservatori nel media più potente della destra, Fox News, sfottevano chiedendo perché non avesse pianto per le vittime del terrorismo in California mentre qualcuno addirittura insinuava che fosse pura commedia e che di sicuro teneva una cipolla sotto il leggio per provocare le lacrime. I liberali, furiosi per queste insinuazioni, hanno difeso il pianto presidenziale e hanno assicurato che era reale. Altri, che a questo punto non credono più a nessun politico, lo hanno visto come un altro atto della commedia in cui gli attori piangono davvero, ma sanno farlo professionalmente.
Ma perché è difficile sentirsi solidali con le sue lacrime, vere o false che siano?
Nella stessa settimana in cui ha pianto, stava mettendo in atto una politica che poneva a rischio la vita di centinaia di bambini. Il quotidiano più importante del paese, il New York Times, ha pubblicato un editoriale che condanna le retate di madri e figli centroamericani provocate e giustificate da Obama, e ha commentato: un presidente che ha parlato in maniera così commovente sulle morti violente di bambini causate qui da noi dalle armi, si è assunto il compito di spedire madri e figli in viaggi senza ritorno nei paesi più mortiferi del nostro emisfero.
Come hanno denunciato capi religiosi, dirigenti degli immigranti, organizzazioni per i diritti umani e per le libertà civili e perfino la più importante associazione nazionale di avvocati, la American Bar Asociation, che conta 400.000 membri, queste misure non solo vengono eseguite in maniera brutale (gli uniformati arrivano all’alba nelle case a cacciare le madri e i loro figli, già di per sé traumatizzati dalle condizioni dalle quali fuggono), ma violano principi legali nazionali e internazionali, soprattutto nei riguardi dei rifugiati. Neanche una lacrima.
Negli ultimi anni, Obama ha ordinato sempre più missioni per assassinare a lunga distanza –con velivoli noti come droni- contro obbiettivi terroristi. Benché vi sia un dibattito intenso per definire se queste operazioni siano precise e su come limitare i danni collaterali più che in altre missioni con truppe e bombardamenti, fatto sta che gruppi per i diritti umani e non solo sono riusciti a documentare un numero crescente di civili, compresi i bambini, che sono morti durante queste missioni. Alcuni calcoli variano dai 400 ai quasi 1000 civili solo in Pakistan (gli altri paesi dove si eseguono queste missioni sono l’Afganista, la Somalia e lo Yemen), incluso qualcosa come 200 bambini, cioè dieci volte di più di quelli che sono stati abbattuti in Connecticut.
Ex operatori di droni hanno commentato a The Intercept che c’è una grande quantità di vittime civili e che a volte riguardano bambini ammazzati come terroristi per divertimento (fun-size terrorist).
E’ impossibile immaginare una madre che giorno e notte sente il rumore dei droni sperando, pregando che non ammazzino i suoi figli per sbaglio in una di quelle zone di operazione in diversi paesi, e i mari di lacrime che questi popoli hanno versato nelle guerre più lunghe della storia statunitense. Nessuno sa quanti bambini sono morti, nessuno sa chi sono, nessuno sa cosa sognavano. Neanche una lacrima per questi danni collaterali.
Neanche per le famiglie distrutte e per i due milioni e settecento bambini, uno ogni 28 in questo paese, che hanno il padre o la madre in prigione a causa di un sistema di giustizia che è riuscito ad avere la popolazione carceraria più grande del mondo (pro capite), gran parte per delitti non violenti legati alla droga, cioè centinaia di migliaia di vittime della guerra contro la droga, quasi sempre poveri e nella maggioranza afrostatunitensi e latini. Si calcola che uno ogni 110 bambini bianchi ha il padre in carcere, ma per gli afrodiscendenti è uno ogni 15, e per i latini uno ogni 41. Ma niente, neanche una lacrima.
Per non parlare della più grande disuguaglianza economica da prima della grande depressione e dei suoi effetti nocivi, a volte devastanti, per milioni di famiglie che, in conseguenza dell’egoismo protetto dell’uno per cento più ricco –non è un punto ideologico, è empirico- devono accettare la fine dei sogni non solo per loro ma anche per i loro figli. O peggio, vedere i loro figli soffrire la fame (uno ogni sei), o se si appartiene alla minoranza, vivere temendo coloro che si suppone siano lì per proteggerli, vedere come uomini politici nazionali propongono di perseguitarli, e vedere come le conquiste delle lotte per i diritti fondamentali delle donne e delle minoranze vengano minati fino a smantellarli. Di fronte a tutto ciò, gli occhi del presidente restano secchi.
C’è da piangere.

*- David Brooks è editorialista del New York Times ma ha lavorato anche per altri importanti quotidiani nordamericani. Sostenitore di Obama, di cui ha scritto una biografia quando era ancora senatore, ammiratore di Israele, favorevole alla guerra in Irak, negli ultimi anni sembra aver cambiato molte delle sue idee, come dimostra questo articolo pubblicato su La Jornada dell’11.1.2016.
Foto tratta

venerdì 8 gennaio 2016

Venezuela: La destra ha commesso un grave errore, assicurò deputata venezuelana


Caracas, 7 gen (Prensa Latina) La deputata dell'Assemblea Nazionale del Venezuela (AN) per il Partito Socialista Unito del Venezuela Tania Diaz dichiarò che la destra ha commesso un grave errore nel non rispettare il patrimonio del popolo. 


 Gli abitanti di Caracas si sono concentrati su Piazza Bolivar di questa capitale per esprimere il loro rifiuto al ritiro delle immagini di Bolivar e Chavez dall'AN. 
 
Facendo uso della parola durante l'atto di protesta per aver tolto i quadri de El Libertador, Simon Bolivar, e del leader della Rivoluzione Bolivariana Hugo Chavez, Diaz affermò che se la nuova maggioranza parlamentare pensa di governare già il paese avrà una grande delusione, perché il Venezuela è del popolo davanti a questa mancanza di rispetto verso i due eroi della patria, il popolo è sceso nelle strade del centro di Caracas per realizzare atti di protesta; manifestazioni simili si sono svolte inoltre in altri territori dal paese. 
 
Il sindaco di Caracas, Jorge Rodriguez, annunciò da parte sua che le immagini tolte dalla sede del congresso si posizioneranno permanentemente nella centrica Piazza Bolivar, affinché le mani del popolo amoroso venezuelano le possano custodire e proteggere. 
 
Anticipò anche che in risposta alle azioni di Ramos Allup in ogni angolo e strada di Caracas appariranno nei prossimi giorni migliaia di poster con immagini di Bolivar e Chavez. 
Si realizzerà anche una marcia da piazza Bolivar fino alla sede del Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ), in appoggio dei deputati del Gran Polo Patriottico che presenteranno presso questa istanza una denuncia sull'insolenza del gruppo conservatore nel parlamento. 
  Ill presidente dell'AN ha fatto giurare i deputati dello stato di Amazonas, non accettando così la sentenza del TSJ che proibiva la proclamazione di questi deputati, dovuto ad investigazioni in corso sull’acquisto di voti in questo territorio. 
 
Ig/nvo

  tratto da Prensa in italiano curata da Ida Garberi

martedì 27 ottobre 2015

"Da Camp Darby a Guantanamo chiudere le basi militari straniere" : i Ciclisti internazionalisti sono arrivati a Roma"



22 ottobre presentazione iniziativa in Piazza Garibaldi a Pisa


Si è conclusa la prima parte della manifestazione “da Camp Darby a Guantamo chiudere le basi militari all’ estero". I ciclisti internazionalisti vestiti tutti di arancione come i detenuti torturati del carcere di Guantanamo, sono  partiti dalla base USA di Camp Darby il giorno 23 ottobre e dopo aver fatto tappa a Piombino (LI), Follonica (Gr), Viterbo, sono arrivati il 25 ottobre a Roma nella piazza del Pantheon stracolma di turisti, all’arrivo o partenza di ogni tappa ci sono stati interventi  di associazioni e istituzioni che hanno aderito alla iniziativa, a Piombino ha parlato Francesca Pennati segretaria del circolo ANAIC Alta Maremma "Italo Calvino", seguita da Paola Pellegrini assessore alla cultura del Comune di Piombino e  da Maurizio Cerboneschi a nome del C.lo Bolivariano “Alessio Martelli”,  a Follonica è intervenuto Gabri Bartoletti segretario del c.lo PRC, seguito da Gianluca Quaglierini che ha parlato per conto del Circolo ANAIC alta Maremma, ha concluso  Giovanni Altini del direttivo nazionale ANAIC che ha letto il saluto inviato dal Presidente Nazionale Sergio Marinoni, a Grosseto invece è stato fatto un volantinaggio all’uscita di un centro commerciale, a Viterbo il via agli  ultimi 90  km lo ha dato  Loredana de Martinis del direttivo del c.lo ANAIC di Roma. Dopo 90 km di saliscendi i ciclisti hanno attraversato Roma per confluire in piazza del Pantheon attirando la curiosità dei tanti turisti, con un megafono ha preso la parola Giovanni Altini del direttivo nazionale ANAIC, seguito dal giornalista Fulvio Grimaldi in rappresentanza del c.lo ANAIC Tuscia e del comitato NO Guerra No Nato. Ottima l’organizzazione dell’associazione amicizia Italia Cuba di Roma sia in città che nel passaggio in territorio laziale. Durante il tratto da Follonica a Grosseto il compagno Paolo Giannoni per una brutta caduta ha avuto fratture alla mano e dovrà dire addio al percorso ciclistico in terra Cubana, infatti parte dei ciclisti approderanno a Cuba e dalla città di Santa Clara il 17 di novembre dopo avere reso omaggio alla figura del CHE, ai suoi compagni guerriglieri e ai caduti per la Rivoluzione partiranno per la seconda parte dell’evento internazionalista pacifista che nel pomeriggio dello stesso giorno arriverà a Sancti Spiritu, il 18 a Ciego de Avila, il 19 a Camaguey, il  20 a Las Tunas, il 21 a Bayamo con trasferimento a Santiago de Cuba, il 22 novembre arrivo a Guantanamo in occasione  dell’apertura del IV seminario internazionale pacifista per la chiusura delle basi militari straniere nel mondo.

Vedi Cronaca Fotografica :

Partenza da base militare USA  Camp Darby Pisa
ammiraglia al seguito dei ciclisti
Follonica: Gianluca Quaglierini parla a nome del circolo ANAIC Alta Maremma
Follonica :Giovanni Altini del direttivo nazionale legge i saluti di Sergio Marinoni Presidente ANAIC
Grosseto : foto di gruppo all'arrivo
Ciclisti ricevono i saluti di Loredana de Martinis a Viterbo prima di partire
Partenza da Viterbo per Roma
Arrivo in piazza del Pantheon a  Roma 
Foto del gruppo dei ciclisti che in questa iniziativa hanno percorso 250 chilometri
sit in in piazza Pantheon
Giovanni Altini interviene a nome dell'associazione nazionale amicizia Italia Cuba
Ciclisti con organizzatrici e organizzatore dell'associazione amicizia Italia Cuba
Ciclisti al Pantheon Roma con Marco Papacci vice Presidente Anaic

martedì 6 ottobre 2015

Appello adesioni staffetta ciclistica Camp Darby-Guantanamo per chiudere le basi militari

Cuba è da sempre in prima linea per la costruzione di un mondo più giusto e in cui i popoli vivano in pace e nella reciproca cooperazione solidale. Dal 22 al 25 novembre del 2015, si terrà a Guantanamo il IV Convegno Internazionale per la Pace e la chiusura di tutte le basi militari collocate in Paesi esteri. Vi hanno aderito il coordinamento toscano dell’associazione di amicizia Italia-Cuba e i circoli di Roma e Tuscia, organizzando una staffetta ciclistica che dalla base USA di Camp Darby, in Toscana, raggiungerà Guantanamo all’apertura dei lavori congressuali. La staffetta partirà venerdì 23 ottobre, alle ore 10:30, davanti ai cancelli di Camp Darby e giungerà, domenica 25 ottobre, a Roma pronta per volare a Cuba e riprendere con le tappe isolane fino alla destinazione, Guantanamo. Troviamo doveroso allargare il fronte di adesione alla staffetta ciclistica, proprio per supporto a tutto quello che Cuba è e fa per i popoli del mondo.
Cuba: per l’addio alle armi nucleari. Il 26 settembre 2013, su richiesta di Cuba, si è tenuta l’Assemblea ONU per discutere la risoluzione presentata dall’isola per il disarmo nucleare. La richiesta era stata largamente appoggiata, con nessun voto contrario e con l’astensione degli Stati Uniti, Israele, Francia e Regno Unito. Nonostante le difficoltà, la risoluzione è stata adottata e largamente condivisa da 165 Paesi in tutto il mondo.  Informazioni varie sono reperibili all’indirizzo http://www.5av.it/le-storie-quotidiane/90-cubadossier/3219-cuba-e-per-laddio-alle-armi-nucleari.html e recentemente un’ulteriore esortazione al disarmo nucleare http://it.granma.cu/mundo/2015-10-01/bruno-rodriguez-incita-nella-onualleliminazione-dell-armi-nucleari 
Cuba prosegue la Rivoluzione Bolivariana. Nella Carta della CELAC (Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi) i principi fondamentali dell’accordo ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe) sono in pieno ripresi. Cuba promuove la risoluzione pacifica per le controversie fra gli stati, come auspicato da Simon Bolivar a metà dell’800. Si trova così una piena continuità con la Rivoluzione Bolivariana e col suo spirito di cooperazione fra i popoli. Per approfondire le risoluzioni approvate durante il II summit della CELAC, tenutosi all’Avana il 28-29 gennaio 2014http://www.sinistra.ch/?p=3323
e per i più temerari ecco il documento conclusivo dell’incontro 


Cuba promuove attivamente la Pace in America Latina. Dopo 40 anni e 200.000 morti, grazie a Cuba si sono svolti all’Avana, dal 2012 in poi, incontri guidati da Raul Castro per avviare un percorso di pacificazione della storica battaglia sostenuta dai guerriglieri delle FARC, in difesa delle classi subalterne colombiane e il Governo di Juan Manuel Santos. A breve dovrebbe giungere la firma congiunta degli accordi, che risolverebbe una lunga e sanguinosa controversia che ha ampiamente afflitto il popolo colombiano e tutto questo grazie all’impegno concreto cubano.  Informazioni nell’articolo: 


Cuba e gli interventi umanitari. A differenza di quello che ormai la NATO ci ha abituato a credere dopo la Libia e l’ex Jugoslavia, Cuba ridefinisce il significato di intervento umanitario. Infatti l’Isola ha inviato più di 50.000 operatori sanitari cubani che sono in servizio in 68 nazioni e più di 325 mila cooperanti hanno lavorato in 158 paesi. Non solo nel campo sanitario, ma anche nel campo della cultura e della diffusione dei saperi, grazie al programma “Yes, I can”, 9 milioni e 376 mila persone si sono alfabetizzate in 30 stati e più di 68 mila studenti stranieri, provenienti da 157 paesi, possono vantare di aver studiato e conseguito la laurea nell’università cubana, senza sostenere alcuna spesa. Per portare un esempio concreto dei numeri sopra riportati vi invitiamo a leggere http://it.granma.cu/mundo/2015-09-25/il-presidente-correa-ringrazia-per-la-cooperazione-de-medicicubani e 


Proprio la Brigata medica cubana Henry Reeve è stata proposta dai sindacati norvegesi per l’assegnazione del premio Nobel per la pace, visto il recente impegno in Sierra Leone, Guinea e Liberia nella battaglia contro l’Ebola.


Cuba è per il rispetto e la difesa dei diritti umani. Sull’isola cubana si violano i diritti umani, si pratica la tortura e si continuano a perpetrare abusi e violenze. Tutto questo accade, ma all’interno della ormai tristemente famosa base statunitense di Guantanamo.  Proprio per questo, una delle condizioni sine qua non per l’avanzamento delle trattative di normalizzazione dei rapporti tra USA e Cuba è la richiesta dell’immediata chiusura del centro di tortura di Guantanamo e la restituzione dell’area al popolo cubano.  Alcune testimonianze di detenuti della prigione guantanamera.





Cuba e l’autodeterminazione dei popoli. La chiusura delle basi militari straniere all’estero è fondamentale per liberare i Paesi da condizionamenti armati esterni. Cuba lotta contro l’ingiusto blocco statunitense che ha provocato solo dramma e dolore al popolo cubano, per l’autodeterminazione di tutti i popoli e per la libertà di tutti i prigionieri politici detenuti nelle carceri dell’ultimo impero del mondo. Lotte condotte non solo per il popolo cubano ma per l’intera Umanità.




Per aderire e/o patrocinare la staffetta ciclistica contattare Roberto via mail all’indirizzo aroberto.nannetti@libero.it o al numero di telefono 3311327944



giovedì 29 gennaio 2015

Raul Castro: normalizzazione con gli USA dipende dal sollevamento del bloqueo




 San Josè, 28 gen (Prensa Latina) Il presidente cubano, Raul Castro, ha affermato oggi che la normalizzazione delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti non sarà possibile finché esista il bloqueo economico, commerciale e finanziario imposto da Washington contro L'Avana, tra le altre questioni. 
 
Lo stabilimento delle relazioni diplomatiche è l'inizio di un processo verso la normalizzazione delle relazioni bilaterali, ma questo non sarà possibile finché esiste il bloqueo, non si restituisca il territorio illegalmente occupato nella Base Navale di Guantanamo, non cessino le trasmissioni radiali e televisive illegali delle norme internazionali e non ci sia una compensazione giusta per il nostro paese per i danni umani ed economici che ha sofferto, ha detto Raul Castro. 
 
Parlando nel III Vertice della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici che si effettua in questo paese, il presidente cubano ha inoltre assicurato che non sarebbe etico, giusto né accettabile esigere a Cuba nessun cambiamento. 
 
Se questi problemi non si risolvono questo avvicinamento diplomatico tra Cuba e gli Stati Uniti non avrebbe senso, ha sostenuto il leader cubano, in riferimento alle conversazioni effettuate la settimana scorsa a L'Avana tra rappresentanti delle due nazioni.  
Inoltre, ha proseguito, non ci si può aspettare che Cuba accetti negoziare gli aspetti menzionati per i nostri temi interni, assolutamente sovrani. 
 
Il Presidente Barack Obama potrebbe utilizzare con determinazione le sue ampie facoltà esecutive per modificare sostanzialmente l'applicazione del bloqueo, quello che può fare senza la decisione del Congresso, ha puntualizzato. 
 
Raul Castro ha indicato che si è potuto avanzare in questa recente negoziazione perché ci trattiamo reciprocamente con rispetto, come uguagli. Per continuare ad avanzare dovrà essere sempre così, ha condannato. 
 
Sulle conversazioni, ha osservato che i risultati dimostrano che governi che hanno profonde differenze possono trovare soluzione ai problemi attraverso un dialogo rispettoso e scambi basati sull'uguaglianza sovrana e la reciprocità in beneficio delle loro rispettive nazioni. 
 
Come ho affermato più volte, Cuba e Stati Uniti devono imparare l'arte della convivenza civilizzata basata nel rispetto delle differenze tra i due governi nella cooperazione in temi di interesse comune, che contribuisca alla soluzione delle sfide che affrontano l'emisfero ed il mondo, ha segnalato Raul Castro. 
 
Ma, ha messo in chiaro, non si deve pretendere che per questo Cuba debba rinunciare ai suoi ideali di indipendenza e giustizia sociale, di claudicare in uno solo dei suoi principi né cedere un millimetro nella difesa della sovranità nazionale. 
 
Non ci lasceremo provocare, ma neanche accetteremo nessuna pretesa di consiglio né pressioni in materia dei nostri temi interni, ha indicato ed ha aggiunto che “ci siamo guadagnati questo diritto sovrano con grandi sacrifici ed al prezzo dei maggiori rischi”. 
 
Si è chiesto se si potranno ristabilire le relazioni diplomatiche senza riannodare i servizi finanziari della Sezione di Interessi di Cuba ed il suo Ufficio Consolare a Washington, bloccati come conseguenza del bloqueo finanziario. 
 
Inoltre, ha fatto riferimento, “come spiegare il ristabilimento di relazioni diplomatiche senza che si ritiri Cuba dalla lista degli Stati patrocinatori del terrorismo internazionale?”. 
 
“Quale sarà la condotta dei diplomatici statunitensi a L'Avana, rispetto all'osservanza delle norme che stabiliscono le convenzioni internazionali per le relazioni diplomatiche e consolari?”, si è anche interrogato. 
 
“La situazione attuale apre, modestamente, un'opportunità all'emisfero di trovare nuove e superiori forme di cooperazione che convengono alle due Americhe”, ha sottolineato ed ha aggiunto, concludendo, che “questo permetterebbe risolvere problemi stimolanti e tracciare nuove strade”.  
 
Ig/ale

http://italiano.prensa-latina.cu/index.php?option=com_content&view=article&id=52329:raul-castro-normalizzazione-nessi-con-gli-usa-dipende-dal-sollevamento-del-bloqueo&opcion=pl-ver-noticia&catid=129&Itemid=101